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Non Scrivere di Me

( Don't Write About Me )



Feltrinelli Editore 2015
pp208,
euro 16.00

Amazon.it

Ti proibisco di scrivere di me, intima Philip Roth.

Per Livia Manera Sambuy dovrebbe suonare come un divieto, ma è di fatto un’istigazione ad abbattere la barriera che divide l’intesa umana e l’invenzione letteraria, è uno stimolo ad attivare la memoria di sé e la memoria lasciata dalle tante letture e dalle parole chiave che hanno aperto la porta su un territorio in cui vita e letteratura si mescolano. Livia Manera racconta storie di incontri con i “suoi” scrittori americani, storie di complicità, amicizia, consuetudine, amore. Racconta la New York degli intellettuali che vi sono rimasti, la Parigi di quelli che se ne sono andati, i colori del Maine e il respiro del Midwest. Ci lascia intravedere isolate residenze di campagna, appartamenti impeccabili, strade di Manhattan imbiancate dalla neve, uffici spogli di celebri redazioni, case raffinatissime e monolocali desolati, stanze d’ospedale, caffè parigini, fast food ai margini di un’autostrada. Con il garbo di una scrittura che fa dell’io narrante la sonda e lo specchio, la talpa e la luce, il mondo della letteratura americana diventa la scena di un’esistenza che continua a cercare nelle domande e nei dubbi una strategia di saggezza. È così che ci vengono incontro, con una trasparenza nuova, le figure di Philip Roth, Richard Ford, Paula Fox, Judith Thurman, David Foster Wallace, Joseph Mitchell, Mavis Gallant, James Purdy, ma anche, in controluce, quelle di Raymond Carver, Mordecai Richler e Karen Blixen. Sono figure illuminate dalla fama e figure che la fama ha abbandonato, costruttori di saggezza e demolitori di luoghi comuni, anime che Livia Manera sorprende sempre in un gesto significativo, in una confidenza appassionata, o addirittura nella maestà del silenzio.Avvertiamo il privilegio e l’onere di un rapporto che finisce per trasformarsi in ancora di salvezza, in cortocircuitop del sentire, in destino.

Livia Manera Sambuy ci consegna un ritratto di Philip Roth tra i migliori che abbia mai letto – scritto splendidamente, personale, intimo eppure rispettoso. I suoi ritratti sono di una dignità e di un rigore straordinari, e la sua conoscenza della letteratura contemporanea resta senza pari.” — Dave Eggers




Recensioni


Corriere della Sera – 8 Aprile 2015


Gallant, Roth, Purdy e gli altri: incontri con le voci dell’America

di Vanni Santoni

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita - una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il «New Yorker», rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo «autrice» ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

È sufficiente scorrere l’archivio storico del «Corriere della Sera» per capire che nella sua carriera ha attraversato l’intero spettro della letteratura angloamericana; tuttavia, tra tanti incontri, ha scelto di rievocarne otto, cosa che appare come una precisa scelta di poetica. Due grandi scrittori poco noti in Italia: Mavis Gallant e James Purdy; due grandi invece celebri: David Foster Wallace e Philip Roth; due autori che ben incarnano un certo spirito pratico degli Stati Uniti, Richard Ford e Paula Fox; due scrittori-giornalisti, sorta di specchi dell’autrice stessa, Joe Mitchell e Judith Thurman. Ma gli specchi, in Non scrivere di me , sono ovunque. Il primo è proprio Mavis Gallant, che Livia Manera incontra quando si è appena trasferita, da sola, a Parigi, esattamente come fece la scrittrice canadese nel 1950, e con cui stabilisce un’amicizia fatta di confidenza, ironia e riconoscimento; l’ultimo è Philip Roth, leggenda vivente con cui Manera instaura un legame forte, che porterà a due documentari, una conoscenza profonda e una lunga frequentazione; sarà lo stesso Roth a canzonarla amorevolmente con le parole di Groucho Marx « Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia… ». Il risultato di questo gioco di specchi è un viaggio all’interno della letteratura come vita, e dunque come sistema di relazioni. Il che, ed è tra le cose di Non scrivere di me che più incanteranno il lettore, genera un ulteriore livello di riflessi: Manera incontra Gallant che le parla di quando stroncò de Beauvoir e incontrò Sartre; Manera incontra Ford che le racconta del suo amico Carver; Manera visita Purdy e vi trova John Uecker, già compagno di Tennessee Williams; Manera incontra Thurman e da lì ci reca a sfiorare Colette, Karen Blixen e Salinger; Mitchell evoca Edmund Wilson e addirittura il nostro Niccolò Tucci, autore oggi dimenticato che arrivò a pubblicare proprio sul «New Yorker»…

Nicole Krauss scrive, in una frase citata dall’autrice, che la letteratura ha il potere di aprire canali di comunicazione altrimenti preclusi, ma è indubbio che anche Livia Manera ha questo potere: si intuiscono, tra le righe, una grazia e una capacità di essere amica discreta, sponda e specchio per le scrittrici e gli scrittori che incontra, che finiscono per portare molto oltre la cronaca letteraria. Se, come dice Wallace - forse l’unico, nella sua già parossistica chiusura al mondo, a sfuggire a questa grazia, alla possibilità stessa di un legame, nonostante l’incontro narrato nel libro sia particolarmente toccante - «una delle ragioni per cui gli scrittori di narrativa diventano tali è che nulla di veramente importante può essere detto in modo diretto», Non scrivere di me dimostra invece che quando l’incontro e l’intervista non sono più stretta attualità culturale, quando subentrano il coinvolgimento emotivo e una sensibilità del tutto particolare a conferir loro ulteriori filtri, è lì che la figura e il pensiero dell’autore riappaiono sotto una luce nuova.

È possibile che il lettore si avvicini a questo libro per i nomi più celebri, per scoprire qualcosa in più su Roth o Wallace, e splendidi sono in effetti i loro ritratti; ma il vero dono che si ricava dalla lettura di Non scrivere di me è quello della ricostruzione di un piccolo «canone maneriano», sicuramente diverso da quello di molti lettori italiani, anche appassionati di letteratura americana: e andrà a finire che ci ritroveremo a ricercare negli scaffali di casa quel vecchio Einaudi di James Purdy finito chissà dove; che andremo in libreria per acquistare i Bur dei racconti di Mavis Gallant, o i libri di Joe Mitchell recentemente ripubblicati da Adelphi.


Reviews


Corriere della Sera – April 8th 2015

Mavis Gallant, Philip Roth, James Purdy, and More: Encounters with the Voices of America


By Vanni Santoni

It begins like a novel, Livia Manera Sambuy’s book Non scrivere di me (Don’t Write About Me): a jaunt in Africa, a flashback inspired by a Hemingway story, the discovering of the self as different from the girl she once was, the realization that this is because a life has intervened: a life of reading. It begins like a novel, this book just published by Feltrinelli (with a cover by Adrian Tomine, perfect for its evocation of The New Yorker, a magazine Manera Sambuy draws from frequently in her text and for which Tomine has illustrated numerous covers) and it has the breath of a novel, too, despite being a book of non-fiction—an anthology of the author’s encounters with some great North American writers. We say “author” but she could just as easily be called the book’s protagonist, because as delicate as they are, Livia Manera’s gaze and voice are also powerful, beginning with the choices she has made.

Just browsing through Corriere della Sera’s historical archive is enough to understand that in her career Livia Manera has traversed the complete spectrum of Anglo-American literature; and yet, from among so many encounters, she has chosen to invoke only eight, a selection that would seem to have a poetic precision. It includes: two great writers little known in Italy: Mavis Gallant and James Purdy; two writers both great and celebrated: David Foster Wallace and Philip Roth; two writers who embody a certain practical spirit associated with America: Richard Ford and Paula Fox; and two writer-journalists, mirrors of a sort of the author herself: Joe Mitchell and Judith Thurman. But in Non scrivere di me the mirrors are everywhere. The first is Gallant, whom Manera meets just after moving alone to Paris, exactly as the Canadian writer did in 1950, and with whom Manera forges a friendship based on confidence, humor, and mutual recognition. The last is Roth, a living legend with whom Manera establishes a strong bond, and with whom she will make two documentaries. Theirs is a profound and enduring relationship; the same Roth will affectionately tease Manera singing to her the lyrics of Groucho Marx: Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia…

The result of this game of mirrors is a journey into literature as life, and therefore as a system of relationships. And this, among other aspects of Non scrivere di me, will most enchant the reader by generating a new level of reflections: Manera meets Gallant, who talks about thrashing de Beauvoir and encountering Sartre; Manera meets Ford, who tells her about his friend Carver; Manera visits Purdy and finds that John Uecker, an assistant to Tennessee Williams, is there as well; Manera meets Thurman and with her takes the reader to brush up against Colette, Karen Blixen, and Salinger; Mitchell evokes Edmund Wilson and even Italy’s own Niccolò Tucci—a writer today forgotten but who got his start in the very same New Yorker…

In a sentence quoted by Manera, Nicole Krauss writes that literature has the power to open up channels otherwise precluded to us. But undoubtedly Livia Manera too has this power: one senses, between the lines, a grace and a capacity to be a discreet friend, serving as both a pillar and a mirror for the writers she meets. All this in the end delivers much more than a literary chronicle. If, as David Foster Wallace said to her (Wallace being perhaps the only one who, in his paroxysmal removal from the world, escaped the possibility of a bond with Manera), “one of the reasons writers write fiction is because nothing truly important can be said in a straightforward way,” Non scrivere di me demonstrates that when the meeting and the interview are no longer restricted to current cultural matters, when they involve instead an emotional engagement and a mutual sensibility on an entirely different level, it is there that the figure and mind of the writer will appear under a new light.

It’s possible that the reader will pick up this book for its more famous names, to discover something new about Roth or Wallace—and indeed their portraits are nothing less than splendid. But the true gift one gains from reading Non scrivere di me is that of the reconstruction of a small “Manerian canon,” by all means different from that shared by many Italian readers, even those passionate about American literature. And so we find ourselves going back to the bookshelves for Einaudi’s editions of James Purdy, which have wound up who knows where; or to the bookstore to buy Bur’s editions of Mavis Gallant’s stories; or for Joe Mitchell’s books, recently republished by Adelphi.